Potenza ed organizzazione dell’ Ordine Templare

Verso il 1240, l’ Ordine Templare possedeva immensi domini, frutto di legati e di donazioni, ma sparsi in tutti i paesi d’Europa, cosa che ,per l’amministrazione, presentava una incredibile differenziazione giuridica.

L’Ordine era diviso in dieci Provincie, ognuna con la propria originalita’, obbedendo pero’ a regole comuni.

In Oriente vi erano tre provincie: Gerusalemme, Antiochia e Tripoli. In Occidente sette: Francia, Inghilterra Poitou, Aragona, Portogallo, Ungheria e Puglia.

Il Gran Maestro governava queste dieci provincie, che erano anche poste sotto l’autorita’ dei loro Capitani. I Capitani delle provincie avevano ai loro ordini i Capitani delle Case, dirigenti e cavalieri, aiutanti, fratelli di mestiere nei castelli e nelle fattorie che si trovavano sotto la giurisdizione della Capitaneria.

L’unita’ territoriale dell’Ordine era dunque la Capitaneria, di varia importanza e utilita’: alcune costituivano dei posti militari (come quelle delle marche di Spagna o delle frontiere siriane), altre, ed erano le piu’ numerose, avevano il compito di produrre ricchezza per alimentare il tesoro di guerra, e di reclutare nuovi adepti per poter inviare i rinforzi incessantemente richiesti..

Non bisogna dimenticare che il Tempio combatteva su tre fronti: in Siria, in Spagna e in Europa Orientale.

LA CAPITANERIA TEMPLARE

A prima vista, nulla differenzia una Capitaneria dalle case-fortezza sparse nelle campagne, sedi di signorie di media importanza, tranne un certo rigore tutto militare nelle linee architettoniche, l’ampiezza della cappelle ed il perfetto stato delle opere di difesa.

Mura quadrate, pesanti torri, merlature a scacchiera, teorie di feritoie, che dominano dall’alto della loro mole il terreno circostante. Sugli edifici sventola la bandiera dalla Croce Rossa. Una strada conduce alla porta principale e al di la’ riparte serpeggiando fra l’erba, per raggiungere un fiume, o uno stagno.

Nelle praterie circostanti sono sparse le mandrie, fuori dalle mura esiste un villaggio, delle case coloniche che dipendono dalla Capitaneria. L’entrata dei poderi, le case, il pelame delle pecore e dei buoi, sono marchiati dalla stessa croce ramponata. Questo e’ l’aspetto esterno.

L’interno della fortezza e’ la Casa Madre in formato ridotto, cioe’ allo stesso tempo castello, convento e vasto granaio.

Vi e’ la mensa dei Cavalieri, il loro dormitorio, la scuderia dove mettere i cavalli e gli asini, i granai per il raccolto e, naturalmente, la Sala del Capitolo e la cappella.

La cappella, come il resto della costruzione puo’ essere romanica o gotica.

Elia Lambert ha provato che non e’ mai esistito uno stile Templare. Quando i Templari ricevevano in dono un castello non lo demolivano per ricostruirlo col loro stile. La regola del Tempio lo proibiva formalmente. Al massimo aggiungevano un’ala, dei capanni, una torre, ricercando sempre la sobrieta’ la solidita’ e l’utilita’, erano dei soldati. Le Capitanerie sono indifferentemente gotiche o romaniche, secondo la data della loro costruzione, cosi’ le chiese e le cappelle.

La Capitaneria e’ innanzitutto un’impresa agricola: essa raccoglie la sua produzione di grano, vino, fieno, legna, carne e pesce, vendendone il superfluo.

Nella sua Storia dell’Ordine dei Templari, John Charpentier enumera i capi di bestiame di una piccola Capitaneria, Baugy, nei pressi di Bayeux, di terzo o quarto ordine, e da’ queste cifre: quattordici mucche, cinque giovenche, due tori, cento montoni, centottanta pecore, novantotto maiali, otto giumente, otto puledri.

Questo per quanto riguarda la sola “proprieta’ trattenuta” cioe’ la parte del podere sfruttata direttamente, poiche’ la Capitaneria ha anche dei poderi e delle case coloniche dalle quali riceve gli utili. Essa preleva anche dei diritti sulle fiere e l’imposta dei “donati”.

I “donati” si sottraevano all’autorita’ dei loro signori laici o ecclesiastici e si donavano al Tempio, dal quale ricevevano una valida protezione e aiuto immediato.

La politica dei Templari verso gli umili, la loro giustizia, cosi’ diversa da quella praticata abitualmente dai signori, provocava odi duraturi e calunnie.

Questa moltitudine di “donati” si considerava, per il solo motivo della propria infeudazione all’Ordine, come sgravata dalla decima e dalle tasse signorili; inoltre essi avevano diritto alla sepoltura nel cimitero della Capitaneria, privando anche il clero di questo beneficio ad mortem.

Quando essi si “donavano” al Tempio, la formula era: “Io dono il mio corpo e la mia anima, la mia terra e i miei onori alla casa del Tempio, nelle mani del fratello…” Ma anche questa solenne promessa comportava in realta’ piu’ vantaggi che doveri. L’influenza dell’Ordine si irradiava notevolmente. La comunita’ templare, con i suoi cavalieri, gli aiutanti, gli operai, i lavoratori a cottimo, i confratelli e gli associati, e i suoi donati, ogni giorno piu’ numerosi, assumeva proporzioni immense.

I Retrais,nella parte relativa al regolamento giornaliero dei fratelli, enunciano questo principio fondamentale ” Ogni fratello del Tempio deve sapere che egli e’ obbligato, sopra ogni altra cosa, a servire Dio e in cio’ ognuno deve porre la maggior cura e intendimento, specialmente nell’ascoltare il santo servizio; egli non vi deve mancare, me’ tanto meno evitarlo, per quanto gli sara’ possibile. Poiche’, come dice la nostra regola, se amiamo Dio, dobbiamo udire volentieri le sue sante parole…”

la giornata nella Capitaneria Templare

Com’e’ la giornata nella Capitaneria? La campana del mattino suona il risveglio.

Ogni fratello salta giu’ dal suo letto, si calza, si avvolge nel bianco mantello dell’Ordine, posto sopra la veste da notte (camicia e brache trattenute da una cordicella bianca).

Essi si recano nella cappella per assistere “serenamente e in pace” al servizio divino. Rudi uomini, vestiti di bianco, con il capo ricoperto dal bianco cappuccio, inginocchiati sulle panche, come sommersi nella loro profonda pieta’. Sopra di loro, intorno a loro, sulle nude mura, scintillano gli ori e gli smalti delle orifiamme e degli scudi presi ai saraceni, portati dalle sabbie di Gaza o dalle montagne di Galilea, dai vecchi fratelli che sono venuti qui a finire i loro giorni, a esaltare il coraggio e ad accendere la fede nei giovani.

Dopo il mattutino, essi si disperdono nella Capitaneria silenziosamente.

Alcuni vanno nelle scuderie per curare i cavalli, altri controllano i finimenti, altri ancora impartiscono ordini agli aiutanti ai quali devono parlare gentilmente. Fatto cio’, ritornano nel dormitorio, raggiungono coloro che sono dispensati dai doveri del mattutino a causa della loro eta’ o dello stato di salute, secondo il parere del Capitano.

E’ fatto loro obbligo, prima di riaddormentarsi, di recitare un paternoster, per il perdono dei piccoli peccati che essi hanno commesso involontariamente.

Quando suona la prima campana (in estate alle quattro del mattino, nella cattiva stagione alle sei), tutti si alzano, si vestono, e vanno nuovamente in cappella. Vi ascoltano la messa, dopo ascoltano le Ore di terza e di sesta. E’ sufficiente ascoltare le Ore, ma e’ meglio ripeterle tra se’. Tutti i giorni il rituale si ripete

Dopo la Messa, ogni Templare si reca “sul posto” che gli e’ stato assegnato, cura le sue armi, l’armatura i finimenti, oppure parte per la corvee verso qualche punto del dominio, per esempio a tagliare i picchetti per le tende, o monta la guardia, o compie una cavalcata di sorveglianza.

Al rintocco della campana del pranzo ciascuno si affretta verso la tavola. In genere vi sono due portate, talora tre, nelle grandi Capitanerie. Quando il cappellano prende parte al pranzo, i cavalieri devono attenderlo. Egli da’ la sua benedizione, mentre i presenti recitano in piedi un paternoster. In assenza del prete si compie lo stesso rito.

Dopo i Cavalieri possono tagliare il pane, mangiare e bere. Durante il pranzo, uno di loro legge le sacre scritture che sono ascoltate in silenzio. E’ proibito lasciare la tavola, se non in caso di allarme, di incendio o di zuffa di cavalli. I fratelli si alzano insieme e si recano in cappella per ringraziare il Signore.

Poi tornano alle loro occupazioni, eseguono gli ordini ricevuti, sempre “bellamente e in pace” In seguito suona la campana di nona. Poi ancora quella del vespro. E nessuno puo’ esimersi dal recarsi in cappella, tranne il fratello panettiere, il fratello fabbro “se ha il ferro rovente sul fuoco” e il maniscalco “se sta ferrando dei cavalli”: ma non appena terminato questo lavoro, devono correre al monastero per ascoltare o recitare le “Ore”. Poi vanno a cena, prima che suoni la campana della “compieta”.

E dopo aver cantato la compieta, vanno nuovamente a ispezionare cavalli e finimenti e danno “gentilmente e soavemente” gli ultimi ordini della giornata agli scudieri. Infine si coricano recitando un ultimo padrenostro.

La vita quotidiana dei cavalieri rispondeva esattamente al loro stato di monaci-soldati. Gli esercizi religiosi si alternavano regolarmente agli obblighi militari. L’ozio era severamente proibito.

La regola lasciava poco tempo alla meditazione personale. In ogni circostanza i cavalieri agiscono collettivamente, e cio’ risponde alla principale esigenza dell’Ordine e cioe’ all’oblio di se’ stessi. Il Tempio non aveva carattere contemplativo, era una milizia, un convento di uomini d’azione.

Questo e’ quanto un contemporaneo poteva sapere dell’Ordine. Il resto era avvolto nel mistero e percio’ esposto alle calunnie ed alle dicerie piu’ stravaganti. Del resto il mistero era conservato appositamente dai Templari.

I Retrais ad esempio esistevano solo in un piccolo numero di esemplari.che erano conservati dai dignitari della Casa. I fratelli non ne avevano conoscenza. Anche le delibere dei Capitoli erano mantenute segrete. C’era il veto assoluto ai Cavalieri di confessarsi ad un altro prete che non fosse il cappellano della Capitaneria.

I Retrais erano ad un tempo testo rituale e regolamento e non potevano essere divulgati. L’istruzione e la formazione dei giovani cavalieri erano fatte verbalmente e in modo progressivo, fino al giorno in cui le loro virtu’ li facevano chiamare ad alte cariche e il testo veniva loro comunicato al fine di permettere loro di arbitrare i conflitti piu’ delicati e di decidere in funzione dei precedenti.

I semplici fratelli dovevano solo obbedire. Questa regola del segreto del resto sembra comune a tutti gli Ordini.

LA LITURGIA DELLE ORE

Riguarda la suddivisione del giorno disciplinata da San Benedetto (480-547)

In epoca Babilonese il giorno era suddiviso in giorno e notte, divisi a loro volta in quatto parti ognuna di tre ore.

In epoca romana era diviso in ore di luce (ora tertia, ora sesta, ora nona) ed ore di buio, vigiliae ( vesper, tramonto, crepusculum, prima della notte, conticinium, notte, e gallicinium, canto del gallo) che avevano diversa durata a seconda delle stagioni.

Nel basso medioevo, per gli scambi commerciali, si introducono le ore di ugual durata.

Nel XIX secolo con Napoleone le ore si contano iniziando da mezzanotte, come adesso, sono le ore francesi.

Nel medievo la Chiesa stabilisce la Liturgia delle ore , cioe’ preghiera a seconda delle ore: Mattutino(le nostre tre di notte) Lodi (le cinque di mattina), terza, sesta, nona, Vespri (tramonto) Compieta (le ventuno di sera)

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Potenza ed organizzazione dell' Ordine Templare
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L' Ordine Templare possedeva immensi domini, frutto di legati e di donazioni, ma sparsi in tutti i paesi d'Europa
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