La giurisprudenza dell’ Ordine Templare

La giurisprudenza del’ Ordine Templare si teneva nei Capitoli. I Templari tenevano due specie di Capitoli: quelli generali, nel corso dei quali erano prese le decisioni piu’ importanti che impegnavano l’Ordine dal punto di vista diplomatico, politico, militare o interno e che si costituivano anche in corte di appello per le colpe piu’ gravi o per quelle commesse dai dignitari; e i Capitoli ordinari, che si riunivano ogni settimana in tutte le Capitanerie dove si trovavano almeno quattro fratelli.

I Capitoli ristretti si tenevano alla domenica, sia nella sala adibita a questo, sia nella cappella. I Retrais ci riportano fedelmente tutto il procedimento.

Ogni fratello si presenta vestito del suo bianco mantello, il capo coperto da un cappello di “bonet” cioe’ di feltro.

Entrando egli si segna e si scopre il capo, salvo che non sia “pelato” nel qual caso puo’ restare coperto. Poi recita un paternoster e si siede.

Quando il Capitolo e’ al completo, il Capitano dice: “Bei signori, alzatevi e pregate nostro signore che ci accordi la sua santa grazia”. Ciascuno recita di nuovo un paternostro e si risiede.

Allora inizia realmente il Capitolo, e la Regola prescrive di assicurarsi che nessuna persona estranea all’Ordine possa udire cio’ che si sta per dire. Obbliga inoltre i fratelli al segreto sulle delibere.

Perche’ tanto mistero? Per evitare le dicerie, ma sopratutto, perche’ i fratelli colpiti da una punizione ignorino i nomi di coloro che li hanno accusati o difesi e non li perseguitino con inutili lusinghe o rancori. Dopo la preghiera comune, il Capitano pronuncia una specie di breve sermone “nel modo migliore e piu’ bello”, ammonendo i fratelli a correggersi e a confessare subito i peccati di cui si sono resi colpevoli.

Allora, colui che ritiene di avere peccato, si alza e si inginocchia davanti al Capitano, “come colui che si confessa”. Egli dice:”Signore, chiedo perdono a Dio e a Nostra Signora. a voi e ai fratelli, dell’errore che ho commesso”. Egli deve esporre il suo peccato, le circostanze che lo hanno secondato, le sue intenzioni, e tutto cio’ senza mentire “ne’ per vergogna della carne, ne’ per paura della giustizia della casa”, perche’ altrimenti questa non sarebbe una confessione; infatti i Capitoli furono istituiti “perche’ i fratelli confessassero le loro colpe e si correggessero”.

Terminata la confessione si fa uscire il colpevole. Il Capitano riferisce di nuovo i fatti e poi chiede il giudizio dei fratelli. Viene fatta una votazione e si richiama il colpevole. Il Capitano gli spiega la gravita’ del suo errore e gli comunica la decisione presa dal Capitolo nei suoi confronti: quella che l’autore della regola chiama “le sanzioni dei fratelli” Beninteso il Capitano non puo’ svelare il nome del fratello che ha richiesto la punizione.

La delazione, frequente in questa epoca e non disonorante, e’ permessa e quasi raccomandata.

Un fratello puo’ benissimo in pieno Capitolo, inveire su un colpevole: “Bel fratello, chiedete perdono per tale colpa!” E paga per la sua colpa o protesta le sua innocenza: “Messere, voglia Dio che io non faccia mai cio’ “, o rettifica: “Signore, la cosa e’ altrimenti”. Possono essere ascoltati testimoni a carico o a favore, a condizione che essi appartengano all’Ordine.

Nessun cavaliere, nessun aiutante, nessun fratello puo’ essere accusato da persone estranee al Tempio. Pero’ se il Capitano viene a sapere da amici dell’Ordine, da uomini degni della sua fiducia, che un fratello “fa disonore alla casa” egli deve obbligarlo ad accusarsi in Capitolo.

Ma la regola dice che non vi e’ cosa piu’ bella che accusarsi da soli e spontaneamente.

La procedura e’ piuttosto sommaria. Bisogna tuttavia dire che essa esclude la tortura in uso in quel tempo e nell’ambito degli inquisitori. Le sanzioni non devono tanto castigare, quanto far rilevare l’errore, devono essere dettate dalla carita’ e dall’intenzione di salvare le anime. Si tiene sempre in gran conto il passato, la reputazione, i servizi resi e questa e’ vera giustizia.

LE PENE

Le pene inflitte dal Capitolo possono essere:

  • l’allontanamento dalla casa
  • la perdita dell’abito
  • il digiuno per tre giorni la settimana aggravato da umilianti servigi
  • il digiuno di due giorni o di uno solo, di cui il venerdi’
  • Quando il delitto ha un carattere religioso,il colpevole e’ rinviato al cappellano.
  • Quando l’accusato e’ riconosciuto innocente, o il suo errore e’ molto lieve, egli e’ “messo in pace” cioe’ assolto.

Invece se l’errore e’ troppo grave, eccezionale e complesso, o quando il colpevole lo richiede, e’ lasciato “in attesa”, sara’ cioe’ giudicato dal Capitolo generale e l’affare viene rinviato all’autorita’ superiore.

La pena maggiore (l’espulsione per sempre dalla casa, con l’obbligo di andare a rinchiudersi presso l’Ordine dei Circestensi per cercare di salvare la propria anima) viene comminata per le seguenti colpe:

  • Innanzi tutto la simonia: “..quando si viene a sapere che un fratello e’ entrato nella casa per doni o promesse pecuniarie”. Colui che lo ha ricevuto in tale modo e chi lo ha fatto ricevere, sono puniti nella stessa maniera.
  • Divulgazione delle delibere del Capitolo.
  • Uccisione di un cristiano o di una cristiana.
  • Sodomia, peccato “cosi’ bestiale, cosi’ osceno e orribile che non si deve neppure nominare”.
  • La collusione per danneggiare un fratello.
  • La fuga davanti ai saraceni, senza il consenso del Maresciallo, quando il gonfalone Baussant e’ ancora alto.
  • L’abiura della fede cristiana e l’eresia.
  • Il furto, la perdita degli oggetti di cui si e’ responsabili.
  • La fuga: “Se un fratello esce dal castello o dalla casa di notte, da un luogo diverso dalla porta”.
  • L’abbandono della casa per piu’ di due giorni.
  • L’insincerita’ al momento dell’entrata nell’Ordine (malattie dissimulate, appartenenza al clero, fidanzamento o matrimonio nascosti).
  • Infine la lebbra, ma cio’ evidentemente non e’ peccato. Quando un fratello ne e’ colpito, “i dignitari della casa devono ammonirlo e pregarlo perche’ chieda di andarsene dalla casa e recarsi a San Lebbroso, e vestire l’abito di San Lebbroso;

La seconda pena e’ la perdita dell’abito. Si ritira al colpevole il mantello dell’Ordine; gli si tolgono il cavallo e le armi. Egli viene separato dai suoi fratelli, condannato a lavori servili e a mangiare per terra. Questa e’ la punizione per:

  • Le risse.
  • Le ferite inflitte a un cristiano per vendetta.
  • Il commercio con una donna: in questo caso egli non potra’ portare mai piu’ il gonfalone Baussant, ne’ tenere il sigillo dell’Ordine, ne’ essere uno dei tredici elettori del Gran Maestro.
  • La menzogna “su se’ stesso”
  • La calunnia su un fratello, suscettibile di farlo allontanare dalla casa.
  • La perdita o l’uccisione di uno schiavo.
  • Il pronunciare, in un momento di cattivo umore, che “se ne andra’ dai saraceni”.
  • Perdere o far morire un cavallo per incuria.
  • Privare l’ordine dei suoi diritti e pedaggi a vantaggio dei laici.
  • Il dono di un animale, a eccezione dei cani e dei gatti.
  • La disobbedienza in tutte le sue forme.
  • Partire senza permesso.
  • Spezzare il sigillo del Maestro.
  • Prestare denaro dell’Ordine senza autorizzazione e questa interdizione e’ di grande importanza.
  • Costruire senza autorizzazione.
  • Lasciare la Capitaneria di notte in un momento di collera.

Questa enumerazione non e’ inutile. Essa sottolinea l’estremo rigore della disciplina dei Templari.

L’abito, ritirato per decisione del capitolo, allo stesso deve essere restituito.

Questa restituzione avviene con solennita’, il cappellano dice ai fratelli riuniti in Capitolo:”Bei signori, il tale uomo, o aiutante o cavaliere” e ne pronuncia il nome, “che fu nostro fratello e’ alla porta, chiede di poter rientrare nella casa che ha lasciato per follia, e attende il perdono della casa” Il Capitano chiede il parere dei fratelli e rende al penitente le sue armi, il suo abito e lo reintegra nelle sue funzioni, se essi vi consentono, e se il colpevole si pente pubblicamente del suo errore.

La terza pena castiga peccati di minore importanza, che la regola non enumera.

Essa consiste in tre giorni di digiuno alla settimana. Ma colui che la subisce e’ costretto a lavori indegni di un cavaliere: condurre un asino, caricarlo e scaricarlo, come uno schiavo, lavare le ciotole, sbucciare agli e cipolle, accendere il fuoco. Egli non deve avere vergogna della sua pena ma del suo peccato.

Poi la scala delle pene va decrescendo. Tuttavia ciascuna di esse e’ accompagnata da una punizione corporale, inflitta con una frusta o una cintura, pubblicamente, mentre il Capitolo recita il paternoster.

I Retrais citano quali esempi, traendoli dagli annali dell’Ordine, vari casi di espulsione dalla casa e perdita dell’abito.

Ad esempio citano una testimonianza del Gran Maestro Armando di Perigord : molti cavalieri di grande reputazione vennero a confessargli, con grandi lacrime e grande tristezza, che sembrava loro di essere stati accolti con simonia. Il Maestro fece togliere loro il mantello, poi su opinione favorevole del Capitolo, li ricevette nuovamente; questa volta l’accoglienza fu valida, dopo che erano stati assolti dal loro peccato dal vescovo. “E cio’ fu fatto perche’ erano stati per lungo tempo fratelli della casa, saggi e probi, di buona condotta e religione”.

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La giurisprudenza del' Ordine Templare
Descrizione
La giurisprudenza del' Ordine Templare si teneva nei Capitoli. I Templari tenevano due specie di Capitoli
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