Alchimia Indiana

Le origini dell’ alchimia Indiana sono tuttora un mistero; alcuni orientalisti e un gran numero di storici sostengono la tesi basata sulla tardiva comparsa del mercurio nei testi alchemici indiani, che fu in India introdotto dagli Arabi.

Altri studiosi invece affermano che il mercurio viene citato in alcuni antichi trattati del IV secolo d.C. e riferiscono che numerosi libri buddisti, redatti tra il II e il V secolo d.C., riportano argomentazioni relative alla trasmutazione dei metalli.

Per esempio il Mahaprajnaparamitsastra del filosofo Ragarajuna (tradotto in cinese nel IV secolo d.C., quindi anteriore di circa trecento anni alla nascita dell’alchimia araba) tratta dei poteri meravigliosi della trasmutazione della pietra in oro e narra che il risultato è ottenibile sia con la conoscenza dell’uso delle erbe, sia con la forza spirituale dell’estasi yogica.

L’ Alchimia Indiana

Un altro importante testo coevo, il Mahaprajnaparantidopadesa, descrive come un uomo, grazie alla sua forza spirituale, possa trasformare l’argilla e la pietra in oro.

Per cui si evince che il concetto di trasmutazione dei metalli in India precede l’influsso arabo e che l’alchimia può essere compresa tra le tecniche mistiche indù più autentiche.

Ulteriore conferma è data dalla presenza di queste pratiche negli ambienti ascetico e yogico, che non ne furono assolutamente influenzati all’epoca dell’invasione musulmana dell’India.

Quindi, anche ipotizzando che il mercurio sia stato introdotto in India dagli alchimisti arabi, di certo le origini dell’alchimia indiana sono di alcuni secoli più antiche.

Inoltre le pratiche alchemiche (come tecniche di ricerca spirituale) sono riscontrabili anche nell’Hathayoga e nel Tantra.

Testimonianze dei primi viaggiatori europei narrano di yogin alchimisti capaci, grazie al ritmo del respiro e al particolare utilizzo di erbe e di minerali, di librarsi nell’aria, di prolungare la propria giovinezza e di trasmutare i metalli.

Il più grande esempio di maestro alchimista fu Atisha, colui che è tre volte grande (notare l’affinità con Ermete Trismegisto), che visse nell’XI secolo e diede un contributo enorme all’Arte Regia indotibetana.

Alcuni testi in sanscrito della tradizione indiana confermano la simbiosi tra lo yoga tantrico e l’alchimia, e il somarasa (una tecnica della scuola tantrica dei Natha Siddha) mostra un significato alchemico.

Ulteriore riprova è data dal trattato alchemico Rasasiddhanta di Madhava, il quale afferma che “la scienza del mercurio” è una branca dello Hathayoga.

Ma è con lo yoga tantrico che si trovano le maggiori convergenze con l’alchimia: lo yogin lavora su se stesso e usa il proprio corpo, la propria psiche e i propri chakra (centri di energia spirituale) come un laboratorio alchemico dove egli innesca un processo di coscienza e attenzione che lo libera da tutti i limiti, permettendogli di raggiungere la consapevolezza divina.

L’oro alchemico della dottrina occidentale è in assonanza con la realizzazione dello yogin, che riconosce il suo spirito immortale trascendendo la propria vita asservita ai limiti dell’ego e della mente.

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Alchimia Indiana
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Le origini dell' alchimia Indiana sono tuttora un mistero; alcuni orientalisti e un gran numero di storici sostengono la tesi basata sulla tardiva comparsa del mercurio nei testi alchemici indiani, che fu in India introdotto dagli Arabi. Altri studiosi invece affermano che il mercurio viene citato in alcuni antichi trattati del IV secolo d.C. e riferiscono che numerosi libri buddisti, redatti tra il II e il V secolo d.C., riportano argomentazioni relative alla trasmutazione dei metalli.
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